26 maggio 2066

All'arrembaggio

Per la miseria, ho un blog...
devo scrivere qualcosa di interessante, persone da tutto il mondo verranno a leggere e vorranno leggere cose spiritose, acute, nuove, non banali, personali quanto basta, magari un pò sconce.
Mica facile avere un blog...
devi aggiornarlo, curarlo, promuoverlo, sponsorizzarlo, accudirlo, farlo crescere. Mi sta un pò sulle palle 'sto blog...
Comunque, vediamo di scrivere qualcosa di memorabile; potrei parlare di quando cascai dalle spalle di Barbara, avevo sei o sette anni, e mi spaccai la fronte in un vaso di cemento, eravamo, io e Barbara, nel piazzaletto davanti a casa. Potrei.
O potrei raccontarvi di quando nello stesso piazzaletto, Roberto mi fece gambetto e cascai sulle scale di marmo rompendomi i due incisivi superiori. Come uno gnocco.
Ripensandoci adesso, meno male che ho cambiato casa, altrimenti non ci arrivavo a 43 anni in quel piazzaletto.
Già, cambiare casa: c'è qualcosa di peggio (a parte non averne una)?
Lasci i muri, la carta da parati, i rubinetti del bagno, le doppie finestre, la ringhiera del balcone;
abbandoni i pavimenti, gli stipiti, gli odori, i ripiani degli stanzini, le puntine da disegno che fermano gli appunti nel cervello;
saluti i campanelli, le cassette delle lettere, i lampioni spenti, i cancelli arrugginiti, i pergolati di uva acerba, le cucce dei cani dei vicini.
Già, un blog ti costringe a ricomporre il caleidoscopio della vita, a risistemare i tasselli di un puzzle monco, a cui manca (per questo è monco) sempre un pezzetto e te ne accorgi sempre solo alla fine; quel pezzetto di puzzle è il domani, e io lo cerco ovunque; forse è caduto dietro il computer, sotto il mobile in sala, o sotto il sedile in macchina, magari è rimasto nascosto dai libri, o in mezzo ai vinili; nella custodia della chitarra non c'è, c'ho guardato ieri, un domani, per quanto banale possa essere, l'avrei visto.
Non è nemmeno in cantina, stracolma di foto, ricordi, amori, amici, morti; ma neanche un domani, nemmeno uno piccolo piccolo.
E il dubbio mi assale: non sarà che l'ho lasciato nella moto, quella che ho venduto?
Cerco di fare mente locale, effettivamente potrebbe essere rimasto nella fiancatina, coi documenti, magari nascosto dal foglio complementare.
Accidenti, se lo sapevo, chiedevo un prezzo più alto... quanto può valere un domani?
Coi tempi che corrono, con questi chiari di luna, un domani tranquillo come era il mio, potrebbe valere anche parecchio. Io me lo ricordo bene il mio domani, era davvero ben fatto, calcolato a puntino, previsto con precisione e accortezza, non era un domani qualunque, raffazzonato e alla carlona, no, il mio domani era un domani radioso, felice e sublime.
Mi vedevo Re, Imperatore, grande successo, felicità, fama, amore... quanto amore c'era nel mio domani, pieno fino all'orlo, e quante risate, amici, quanta fortuna, quanta bellezza... un domani da non perdere; e invece, l'ho perso e non ricordo neanche dove.
Forse l'ho perso quel giorno a 16 anni dietro una bara, o forse l'ho dimenticato a scuola, o magari l'ho lasciato da lei, con la stima di me stesso e quella cosa inutile e faticosa da portarsi sempre dietro, la dignità.
Sarà bene che ritrovi il mio domani, anche perché oggi mi ha stancato, ieri mi è sempre stato antipatico con tutte quelle menate sull'era meglio, era peggio... era come era.
Ma che stupido! Adesso mi ricordo, il domani è in camera dei miei figli, l'ho lasciato sulla nave dei pirati; devo fare presto, prima che salpi per una nuova scorribanda. Aspettami Morgan, aspettami Corsaro Verde, eccomi che arrivo! All'arrembaggio!

07 maggio 2010

Io se fossi Dio

Io se fossi Dio
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi.
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.

Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.

Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.

Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.

Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.

Ma io non sono ancora
del regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.

Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.

Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di vent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.

Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.

E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.

Gaber - Luporini
1980 © P. A.

03 maggio 2010

1981

“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo
intricato mondo di oggi può essere conosciuto,
interpretato, trasformato, e messo al servizio
dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità.
La lotta per questo obiettivo è una prova che
può riempire degnamente una vita”.
Enrico Berlinguer

18 dicembre 2009

Il sogno impossibile

Sognare il sogno impossibile
combattere il nemico invincibile
sopportare il dolore insopportabile
correre dove l’audace non osa andare.
Correggere l’errore irreparabile
amare il puro e il casto al di là di tutto
sforzandosi quando le braccia sono troppo stanche
raggiungere la stella irraggiungibile.

Questa è la mia ricerca
seguire questa stella per quanto senza speranza
per quanto lontana
combattere per il giusto senza domande né soste
voler avanzare nell’inferno per una causa celeste
ed io so che se sarò unicamente fedele
a questa gloriosa ricerca il mio cuore giacerà in pace tranquillo.

Quando io sarò seppellito
e il mondo sarà migliore per questo
perché un uomo indegno e ferito
si sforzerà ancora con la sua ultima oncia di coraggio
per raggiungere la stella irraggiungibile.

Josei Toda

22 novembre 2009

18 novembre 2009

Nam-myo-ho-renge-kyo

Attacchino i demoni, colpiscano forte, si arrochino la voce per l'urlare sanguigno,
si sbraccino, si insultino, si picchino e picchino più forte che possono.
Attacchino i demoni, scagliandosi dal mio profondo, gettandosi planando sulla mia testa ancora affatto canuta, perché non è la mia età, né la tua che richiama, rimbomba, risuona, rintocca, rinuncia.
Attaccate dunque, provateci se ne avete la forza, ma sappiate bestie, sappiate che ben altro che me solo, troverete ad accogliervi adesso.
Ben altro che il povero uomo che ero, la larva che avete incontrato a suo tempo.
Stavolta sbatterete il muso, bestie, contro il muro del riso, che si erge e vi frantuma, e vi lascia ululanti e feroci senza alcuna fortuna.
Ché la fortuna è mia amica e per voi non ce ne sarà più. Mai.

19 giugno 2009

Every grain of sand

Sono adesso 25 anni
da quello sguardo a decine di metri
e 25 anni di distanza
fra le nostre vite.
Sono oggi 25 anni
da un accordo conosciuto
quella canzone che inizia
e il mio sguardo riluce
sulla sciarpa bianca al collo.
A Roma è notte.
Sono ora 25 anni
e tutto questo rimane
ancora, nascosto
in ogni granello di sabbia.

Se

E’ così bello se
ti prendi ancora cura di me,
non chiedo molto,
anche una carezza solamente.
E’ così bello se
ti volgi ancora a guardarmi
per un secondo,
i tuoi occhi, chiusi nei miei.
E’ così bello se
ogni istante che mi regali,
è tanto forte
che vince una vita di solitudine.

04 giugno 2009

Di padre in padre

Quando anch'io sarò il rintocco di una campana
vorrei che quel rintocco vibrasse di gioia
senza armonici dispari di rimpianto,
un rintocco con gli occhi chiusi
e con sulle labbra l'alba di un un sorriso,
vorrei fosse di un suono cristallino
con eco di risate e felicità.
Quando anch'io sarò il rintocco di una campana
vorrei risuonare fra i baci e le carezze,
come un alone di benessere che vi abbracci per sempre;
vorrei portarmi via tutta l'angoscia e il dolore
per non regalarvi niente di questa mia pena.
Quando anch'io sarò il rintocco di una campana
voglio, più di ogni altra cosa abbia voluto mai,
che non sia per voi come è stato per me:
ancora oggi il primo rintocco, che è sempre per lui,
mi trafigge di dolore incommensurabile.
Quando anch'io sarò il rintocco di una campana
voglio essere un rintocco di festa
e più niente paura
perché avrete imparato col cuore
che ciò che finisce è già pronto a ripartire.

28 maggio 2009

Come

Come torno di nuovo a guardarti,
attraverso lenti molto più spesse,
sempre più spesso appannate da questo strano fiatone.
Come guardo scorrere il ricordo,
su mille fotogrammi nei tuoi occhi scuri,
gli stessi che quel giorno videro i miei pensieri, più chiaro che mai.
Come non muta il tuo carattere d’ebano,
così la tua bocca di risata non è cambiata davvero,
anche se non l’ho più baciata, da allora, e mai più,
una volta capito per sempre, che non era per me che vivevi.
Come anch’io ho vissuto per altri,
i migliaia di giorni passati su questa giostra sbilenca,
pagando caro ogni volta, ogni giro.
Come la voce che nasconde il tuo io è sempre roca e carnosa,
ed è come se mai, in questo tempo distante, io
avessi perso una sola parola che hai detto o pensato di dire.
Come i capelli, che ritrovo più chiari,
ma portati sempre a quel modo, almeno questo ricordo.
Se ci perderemo ancora, continua a portarli così,
continua a pensare da te, non fare l’errore di cambiarti,
o peggio ancora, di farti cambiare.
Come non cambierà questo tremito che non mi lascia mai solo,
e che non è come fummo noi,
desiderosi di perderci lacrimando amore infantile,
per ritrovarci, infine,
in questo tempo d’amicizia serena.

20 maggio 2009

Chi troppo vuole...

Per volere dell'Imperator dellacostellazione, una voltachiamato Dio, (ve ne ricordate? che buffonome...) per Suo volereassoluto dicevo, tuttifurono trasformati in uomini e donne bellissimi e sessualmente desiderosi.
Tutti si amavano ininterrottamente e godevano della vistadegli altri: uomini concorpi scultorei, perfettamente proprorzionati e sessualmente esuberanti; donne con mammelleprosperose e turgide, fianchi perfetti e sessualmente assaidisponibili.
Un paradiso in terra, una Mecca per tutti, qualunquecosa questitermini arcaici voglianodire.
Facevano l'amore tuttoilgiorno, scambiandosi ilpartner continuamente.
La potenza sessuale degliuomini era inesauribile, la voglia delledonne le stava alla pari.
Poi, un giorno, pian pianotutto cominciò a scemare. Gliuomini persero gradualmente il desiderio. Erano troppo abituati a vedersi intorno donnebellissime e vogliose, e lentamente si ammosciarono insieme ai lorosessi vigorosi.
Le donne allora pereccitare ancora quegli uomini unpò sonnacchiosi, chiesero all'Imperator di dotarle di seni enormi ed eretti. Iniziarono poiagirare per strada coi seni nudi. Sulle prime quella vista superlativa riaccese gli entusiasmi deimaschi. Essere circondati da mammelle di quartaoquinta misura fu elettrizzante e tutto ricominciò a funzionare. Ancora unavolta l'attività sessuale riprese incessante.
Poi, dopo qualchetempo, fu la volta delledonne a stancarsi.
Essere circondate tutto il giorno da muscolosi e bellissimi uomini le aveva un pocostufate.
Gli uomini allora chiesero all'Imperator di poter esseredotati di membri di 35 cm di lunghezza e diametro appropriato, e poi, cominciarono a girare per strada a "billo sciolto".
Le donne alla vista di quei popòdipiselloni, ripresero pigolo etutto ricominciò come untempo e si riprese a chiavare di santaragione.
Passarono altri mesi e di nuovo gliuomini accusarono della stanchezza.
Le donne sirivolsero ancora all’Imperator, e chiesero di avere tre tette, bellissime, turgidissime e grandissime, invece delle solite due.
Si ripresentarono sullastrada, ignude e tridotate e gli uomini fecero a gara per possederle. Ma duròpoco. Di nuovo le donne si stancarono deiloro bellissimi e dotatissimi compagni.
Questi si rivolsero all’essere supremochiedendogli due cazzi di dimensioni ancora maggiori e corsero in strada a mostrarli con gran vanto.
Ledonne li rincorsero facendo a gara ancoraunavolta per farsi possedere. Ma non durò poi molto. Gli uomini si erano nuovamente afflosciati, tre tette non erano più sufficienti.
Seguì un periodo triste e sessualmente inattivo, poi una donna ebbe un’idea apparentemente geniale: chiese ed ottenne di avere due vagine. E giù a chiavare come micchi.
Dopo qualcheanno la situazione era la seguente:
gli uomini avevano 12 cazzi da 45 centimetri, 23 palle di 4 centimetri e una lingua di 40 cm; le donne sfoggiavano 7 bocche, 56 tette, 16 fiche, 8 buchi del culo, 74 chiappe e 14 narici.
Un’amplesso durava in media 16 ore e 54 minuti.
Poiuna donna rimaseincinta.
Nacque una bambina. Quando crebbe si accorsero cheaveva solo due tette, unapassera e un solo bucodelculo. Era brutta e grassa, ma grassa è ancorapoco. Quando raggiunse l’età fertile tuttigli uomini cominciarono a fare a gara peraccoppiarsi con lei perché si erano rotti le 23 palle di donne piene di tette e culi e senza un filo di grasso. Le altredonne si morsero le 7 lingue e se la presero negli otto culi.
La ragazza grassa e brutta divenne l’Imperatric della galassia e dato che era moltogelosa per primacosa decise che tutte le donne avrebbero avuto unasola tetta, smunta e rachitica, a scelta o unapassera o un bucodelculo, una sola gamba storta e mani con quattro dita.
Agli uomini toccò in sorte di avere un solo uccello ma parlante.
Per una svista dettata dall’inesperienza mantennero le 23 palle, solo che adesso erano di 40centimetri l’una, mentre il cazzino era di 4 centimetri solamente.
Al secondo tentativo ottenne uomini con23 cazzi di 40centimetri e 4 palle parlanti; al terzo 40cazzi di 23centimetri (tutti parlanti) e una palla sgonfia; al quarto unsolo cazzo ma di 4metri (muto) e 40X23 palle (non so quanto faccia) girevoli alquanto.
Un ultimo tentativo ottenne un’enormepalla informe con tante piccole cappellemosce fischiettanti. Poi l’Imperator la fulminò con lo sguardo e si dissolse nell’aere.
Alle altre donne diede uncazzo per una e chenon gli rompessero le sue 86 balle.
Chi troppo vuole…

07 maggio 2009

Rieccomi qui

Bene bene, credevi che non tornassi, e forse avevi ragione a sperarlo, ma rieccomi qui.
Avevi ragione, nel senso che non era del tutto infondato il tuo desiderio.
Stavo per rimetterci le penne. stavo per lasciare questa valle di piume. Ma poi, inaspettatamente, rieccomi qui.
Senza troppa enfasi, né toni melodrammatici, rieccomi qui, senza particolari festeggiamenti, o segnali di divieto, senza pompa, né magna, né funebre, ma definitivamente, per ora, rieccomi qui.
Dov'eravamo rimasti? Stavi per darmi uno schiaffo; giusto?
ti ricordo benissimo: con il viso aggrottato, lo sguardo feroce, il braccio alzato, la mano aperta, gli occhi incrociati;
ricordo il piede che scivola, la strisciata marrone e il culo che sbatte a terra, il rimbalzo delle gambe, la smorfia del viso aggrottato, il cambiamento dello sguardo feroce, l'abbassamento del braccio alzato, la mano che si chiude, la bocca che produce un suono tipo "porcatroia";
e io che rido, e mi piego all'altezza dei ginocchi, e scureggio dal ridere, il pantalone che si gonfia, e tu che appoggiata sui gomiti stavi per darmi un calcio, il viso aggrottato, lo sguardo assassino, la gamba alzata, il piede teso, gli occhi incrociati;
e il gomito che scivola sulla strisciata marrone, la schiena che sbatte a terra, il rimbalzo delle guance, la smorfia del viso aggrottato, il cambiamento dello sguardo assassino, l'abbassamento della gamba alzata, il piede che si rilassa, la bocca che produce un suono tipo "mavaacagare", io che rido e mi piego all'altezza delle caviglie;
troppo, per me.
Ecco che una scureggia mi coglie sbilanciato e mi spinge in avanti, secondo il principio del motore a reazione.
Ricordo La craniata sull'asfalto, il trauma cranico, il ricovero d'urgenza, tu che corri dietro la barella, i medici che ti bloccano, le luci della sala operatoria, i guanti verdi, i miei occhi socchiusi, le mani strette a pugno, il dolore intenso, le voci concitate;
ricordo il medico, chino su di me: il suo sguardo curioso, le sue mani protese, ma un attimo di rilassamento, e un'altra scureggia che gonfia il lenzuolo, il medico che si accascia, il cambiamento del suo sguardo curioso, le mani che non si protendono più,
la sua bocca che produce un suono tipo "maialachepuzza", e io che sto crepando dal ridere;
morire ridendo e scureggiando: cosa potrei desiderare di più?
Invece rieccomi qui, salvato dalle maschere antigas, pronto a riprendere dove eravamo rimasti.
Dunque, cosa aspetti? non volevi darmi questo benedetto schiaffo?
Ma stavolta, attenta alla cacca di cane!

16 aprile 2009

sssshhhhh...

Se solo mi riuscisse di esprimere il mio desiderio di silenzio











.

14 aprile 2009

Rincorrere il vento

Pensate che sia da saggi, o illuminati, voltarsi indietro ad ogni incrocio di questi sentieri malvagi, vuotandosi le scarpe ad ogni granello di sabbia, aggrappandosi a tutti gli spigoli, graffiandone la superficie laccata e solcandone le venature con unghie troppo lunghe anche per un chitarrista.
Credete sia da maturi, o da risvegliati, socchiudere gli occhi per vedere meglio, ma non vedere affatto - né vicino, né lontano - che si avvicina la natura della tua stessa vita, ti sorride e si interroga del tuo stringere gli occhi ancora di più, si stupisce del tuo chiuderli del tutto, si arrende lei stessa all'evidenza di una cecità totale, nonostante i tremila libri letti, i cinquemila scritti - tutti uguali - e l'unico grande Veicolo, che non è un autobus a due piani.
Uno specchio appannato non ti serve un granché, ma è pur sempre uno specchio, se non delle tue brame, almeno non ancora infranto; non esiste e non non esiste, vacci a capire qualcosa.
E ritenete da furbi, rincorrere il vento, col retino da farfalline, per catturarne l'improntina che lascia sui visini infreddoliti di dieci, cento, mille, milioni di voi emersi dalla terra, rispettosi della storia, curiosi del presente, spaventati dalla verità (credevate dal futuro, vero?), mossi dallo spirito di ricerca, dalla virtù invisibile.
Quanto deve essere grande il vostro feudo per sviluppare un beneficio che sia visibile?
O tutto questo è solo un espediente?
Volendo un cenno storico, dirò solo che questo post pare fosse composto di 12 pagine, ma le restanti 11 sono andate perdute. Detto fra noi, erano la parte migliore.

31 gennaio 2009

Morir contento (per FDA)

Un uomo onesto, un uomo probo,
trala lallalla tralalallalero
non pare che resti niente da aggiungere a questa vita tanto spettinata, si cercano mille motivi per giustificare altrettante ragioni sbagliate, ma nulla che valga la pena santificare,
trala lallalla tralalallalero
non si muore contenti se si vive insieme alla noia e al dolore e non riesco più a scrivere niente che non sia banalità, ma mi sforzo, come a ricercare vecchi motivi stonati,
trala lallalla tralalallalero
fiato alle trombe per chi ha ancora polmoni abbastanza grandi, non tarpati da duecentomila sigarette, per chi ha ancora orecchi tanto aperti per sentire musica a quest’ora,
trala lallalla tralalallalero
dicevo niente che non sia pura banalità, nonostante tutti i miei sforzi vengono fuori solo stronzoli stitici, chissà dove è finito il mio spirito attraente? In culo alla balena,
trala lallalla tralalallalero
Vai avanti tu e aspettami al varco, io verrò dopo con cento sonagli ché tu mi senta arrivare e non sbagli e uccida un’innocente al posto mio, ci resterebbe male,
trala lallalla tralalallalero
cerca di non farti vedere, prima che tu possa colpirmi potrei avere la tentazione di fuggire, non vorrei che poi ci restasse male anche la morte che aspetta la mia venuta,
trala lallalla tralalallalero
mi aspetta da tempo e non sta bene fare aspettare le donne, anche se io ho aspettato tanto per un pò d’amore e me lo sono dato spesso da solo, con riluttanza,
trala lallalla tralalallalero
perché la morte, la guerra, la fame, la noia, la cattiveria, la malattia, la rabbia, la troia, sono tutte femmine, tutte donnine viziate e perfide pronte a dannarti,
trala lallalla tralalallalero
invece il coraggio, il tempo, l’amore, il sogno, sono uomini, maschi d’acciaio ma duttili come l’oro, maschi anche loro, tutti uomini duri, come il diamante, maschio anche lui,
trala lallalla tralalallalero
ma in fondo, cosa volete da me? cosa dovrei dimostrare per rendervi partecipi?
dovrei scrivere ancora qualche storiella divertente, qualche poesia intrisa di sgomento?
trala lallalla tralalallalero
vi lascio la palla, la pagina bianca, il campo innevato, ci lascio la penna, scarabocchiate voi qualche peana sul mondo e sulla vita, lo leggerò volentieri,
trala lallalla tralalallalero
lo leggerò andando a caccia della giraffa albina, del toro di paglia per la corrida incruenta, del leone di coccio, del baobab di zucchero filato, del sangue blu,
trala lallalla tralalallalero
lo leggerò tornando a casa dal deserto dei Cardi, non trovando nessuno, non cercando più nulla, ma continuerò a leggerlo finché la candela non si spegnerà,
trala lallalla tralalallalero
ma comprati una lampadina, altro che candele, il tempo rincorre già sé stesso e tu stai ancora sul pianerottolo, con le chiavi in mano e con la mano sulle palle,
trala lallalla tralalallalero
fermiamoci tutti, un giro di giostra non può durare tanto così, il cavallo bianco è occupato, sull’automobilina ci sono già stato, voglio andare sull’elefante,
trala lallalla tralalallalero
ma chi ha pagato per questo giro in più? parte la musica, non ho il biglietto, mi guardo attorno smarrito, babbo… hai pagato tu?
trala lallalla tralalallalero
devo pagare io? con che moneta, con quale dolore? col tempo, con la mia parte di umanità, con le mie occasioni perdute, col sangue secco delle mie vene?
trala lallalla tralalallalero
un uomo onesto, un uomo probo,
trala lallalla tralalallalero...

21 ottobre 2008

A tempo

Mi piacerebbe avere più tempo. Quel tempo che sai non ci farai nulla, in cui resterai a compilare una lista delle cose che potresti fare, avendone di tempo per farle. Avere tempo libero a volte è un incubo: anche se sei riuscito ad evitare per quindici anni il passato, col tempo libero rispunta e morde alle caviglie, non devi distrarti neanche un minuto di quel tempo che non hai. Libero o incatenato.
E se il tempo è libero, noi non lo siamo poi molto se dobbiamo auto incentivare il nostro bisogno di freddezza, per non tornare a vederlo scorrere sopra il viso di un'amante che riesce a tornare coi ricordi dove tu non sei mai stato.
Poi si ricomincia a correre indietro come gamberi che ricercano nelle vite di altri un senso da rigattieri, un mazzo di fiori che profuma di muffa, di aceto e abbandono, e si risentono risposte a domande che credevamo di non avere fatto, o che non volevamo fare, o non così chiare almeno che qualcuno potesse dar loro una risposta.
Mi piacerebbe averne di questo tempo, ma non per fare qualcosa di nuovo, vorrei rifare le stesse cose che non ho fatto quando potevo, e ammutolire voci che ancora mi rimbombano in testa.
Userei quel tempo per cercare quadrifogli ed evitare le rose e le mimose; per mangiare pesce crudo e non più amore per nessuno, per chi non ha vissuto come credevi, per chi non hai conosciuto ancora e per chi non è mai esistita. Almeno non in questo tempo.
Tempo uggioso, nebbiolina grigia, migliora, non migliora... perché qui dove sono può cambiare il tempo come su un isola, che si erge alta e svetta e tace, col mare tutto attorno, contro un cielo piatto come il tempo che ritorna, senza altezze, senza picchi, inodore come un ricordo annebbiato e grigio, in un tempo uggioso, che migliora o non migliora... ma è libero. Libero da scelte non tue, senza dolore ma senza brivido, senza pena ma senza scintilla alcuna, senza groppo ma senza alito, con lo sguardo spento che si riaccende nel motivo di una canzone, con la testa che si rialza al risuonare di gente di provincia al pianoforte, prima che il tempo passato sia talmente tanto da non ricordare neanche più le parole. Se vuoi te la ricanto ancora una volta. Spero a tempo.

04 ottobre 2008

Viareggio, estate '87

"A proposito: ve l'ho detto che in casa ci sono le pulci?"
Stefano esordì con questa frase sibillina, eravamo sul regionale per Viareggio, un'estate di diversi anni fa.
Lo guardammo con un misto di incredulità, schifo e voglia di prenderlo a sganassoni. La speranza che si trattasse di uno scherzetto giocherellone svanì non appena mettemmo i nostri piedacci all'interno dell'appartamento. Una miriade di pulci ci zompettò addosso, mosse più per la forza dell'abitudine che non per una reale esigenza di sangue.
Non ci perdemmo d’animo così facilmente e, semplicemente, procrastinammo il problema.
L’esigenza primaria era abbandonarsi alle dolci acque del mare di Viareggio e alla vista generosa di tette e chiappe abbronzande.
Quando tornammo al pomeriggio, la casa era stata pulita e sterilizzata dalla sorella di Stefano che era arrivata nel frattempo con il fidanzato e una coppia di amici, questi ultimi con un delizioso, quanto insopportabile, bambinello biondino.
Un segnale, quest’ultimo, che Franco, uno dei quattro disgraziati che componevano la nostra combriccola, non colse a tempo dovuto e che causò, come vedremo, imbarazzo in qualcuno di noi e frustrazione in qualcuno di loro.
Trovare la casa netta e splendente ci fece venire un certo languorino e, quando si dice i casi della vita, trovammo la cucina straordinariamente fornita di ogni ben di dio: il frigo era stipato all’inverosimile di teglie di pasta al forno, polli arrosto, conigli in umido, una serie pressoché interminabile di leccornie appetitose e, dulcis in fundo, una dozzina di bocce di vinello bianco freddo.
Essendo praticamente digiuni dalla colazione al baretto della stazione di Pisa, ci guardammo commossi e, forti della nota ospitalità viareggina, ci buttammo sul cibo, come si suol dire, a quattro ganasce.
La sorella di Stefano rientrò mentre io e Roberto, il quarto “moschettiere”, stavamo spolpando allegramente delle cosce di coniglio, del “loro” coniglio, e bevendo un bicchierozzo del vinello bianco freddo, il “loro” vinello bianco freddo.
Forse, è bene far notare che né io, né tanto meno Roberto, avevamo mai visto la sorella, il fidanzato e l’altra coppia, i proprietari della casa e delle cibarie, e che neanche loro avevano mai visto noi.
Se aggiungiamo che Stefano si era brillantemente dimenticato di avvertire la sorellona della nostra venuta al mare, abbiamo il quadro, più o meno chiaro, delle facce che gli sventurati fecero alla nostra vista.
Risolto il malinteso, quei simpatici ingenui ci invitarono con insistenza a restare a cena, tanto avevano capito che eravamo capaci di adattarci.
Più volte declinammo l’invito, e più volte loro (ignari ovviamente delle conseguenze della loro generosità) insistettero, ponendoci di fronte a due realtà ben distinte:
a) dato che in quattro potevamo contare su un capitale di poche (pochissime) migliaia di lire, un eventuale cena autarchica sarebbe stata costituita nella migliore delle ipotesi da pizza al taglio, in piedi sul lungomare;
b) l’alternativa era un sontuoso banchetto, gratuito, a base delle pietanze elencate prima, e che in parte avevamo già testato e gradito.
“Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno” e accettammo l’invito.
“Vi piace il vino?”
Chiese con un sorrisetto compiaciuto il “fidanzato”.
“Beh, abbastanza” rispondemmo quasi all’unisono, cercando ognuno di mascherare una realtà ignominosa e ignobile, quanto all’atto pratico non mascherabile, che comunque sarebbe divenuta palese da lì a breve.
“Siete sicuri di avere abbastanza cibo per tutti?”
“Ehhhhh… abbiamo portato roba per tre giorni!”
Le portate iniziarono e noi iniziammo.
Dopo un’oretta cominciammo a notare gli sguardi allibiti dei nostri ospiti, mentre la loro dispensa stava riducendosi drammaticamente.
“Zucchini con aglio o senza aglio?”
“Porta, porta!”
“Pollo o coniglio?”
“Porta, porta!”
“Il vino è finito?”
“Ci sono ancora 6 bottiglie… ma…”
“Meno male! E’ buono questo vinello!”
Dopo che avemmo spolpettato tutto il commestibile, la sorella fallò nel chiederci se, per caso, qualcuno avesse ancora appetito, e, per caso, era proprio così, e, sempre per caso, restavano un paio di chili di spaghetti di riserva.
“Che faccio li butto?”
“Butta, butta!”
“Ancora vino?” (con voce tremolante, temendo la risposta, che ovviamente fu:)
“Stappa, stappa!”

Per farla breve, le provviste di tre giorni evaporarono in una mezza serata, ci ingozzammo come porci, bevemmo come cammelli, e per non farci mancare niente, spiritosammo allegramente con la leggerezza di un ippopotamo in sovrappeso; Franco, ubriaco oltre ogni dire, si lanciò in rimembranze universitarie e il discorso, sfortunatamente, cadde su un certo Gianni, coglione oltre ogni dire, che messa incinta la fidanzata, era stato costretto al matrimonio riparatore e a una paternità non desiderata; e giù risate e volgarità.
Stefano che nel frattempo aveva riacquistato un minimo di lucidità, e che evidentemente sapeva qualcosa che noi non sapevamo, iniziò disperatamente a fare segni a Franco, prima solo accennati, poi sempre più evidenti e scomposti.
“Almeno, quel coglione se non voleva spendere i soldi per un preservativo, poteva usare una busta della Coop! E tu smettila di darmi i calci sotto il tavolo! ”
A questa finezza degna del miglior Leopardi, la coppia felice, quelli con tenero bimbetto biondiccio, abbassarono gli occhi; lui si alzò sommessamente e si ritirò a fumare una sigaretta, lo sguardo perso nel nero della nottata viareggina. A lui era successa esattamente la stessa cosa. Colpito e affondato!
Lei, la mamma, accarezzò istintivamente il suo bimbo, e il viso le si contrasse in una smorfia di rassegnazione mista ad affetto. I figli sò pezzi ‘e core, noi, a volte, siamo dei pezzi di merda.
Dopo la splendida cena, pensammo fosse venuto il momento di liberare i nostri ospiti della nostra presenza un pò invadente e ho ancora nelle orecchie lo scambio di battute fra le due amiche intente a riordinare la cucina:
“Simpatici però gli amici di tuo fratello!”
“Falli essere anche antipatici: ci hanno mangiato e bevuto tutto e dato del coglione a tuo marito!”

Cinquanta fotografie (per GL)

Se riuscissimo ad immedesimarci, solo per qualche minuto al giorno, nei nostri amici, parenti, conoscenti, forse ci renderemmo conto di quanto siamo insopportabili.
L'altro è oltre la nostra l'immaginazione, e questo peccato di fantasia carente ci impedisce i movimenti e ci attanaglia.
Tutto pare estraneo a chi si aliena, ma è lui che è fuori portata, non raggiungibile da nessuno, amico o nemico.
50 fotografie appese alle pareti. Persone importanti nella tua vita.
Scrittori, musicisti, filosofi, cantastorie, song and dance men, e tu.
La notte iniziano a parlare e tu ascolti i loro discorsi. Alcuni vanno particolarmente d'accordo e ti compiaci di certi accostamenti. Altri si prendono troppo sul serio e si scontrano verbalmente, accesissime polemiche, trionfo della retorica. Ogni giorno sposti le foto e crei nuovi gruppi, scateni nuove diatribe, e ti godi le elucubrazioni di gente in gamba, anche se in foto, spesso, senza gambe.
Tu e loro, estranei a tutto il resto, separati dal mondo reale, siete più veri del credere comune, più sinceri del passato immaginario collettivo.
Ora la notte è meno burrascosa, ti svegli sempre e aspetti, questo non passerà mai, ma aspetti con minor ansia, sei sereno dentro, respiri con calma, niente più Valium, niente più alcool, è solo questione di tempo, lo sai.
Tua madre te l'ha detto che la morte viene di notte.

Una fotografia

Mi ricordo di me.
Nel giardino di casa, abbracciato alla magnolia su cui avevo tracciato con un coltellino
il volto di un uomo.
Intorno, fiori.
Accanto una sdraio, con su un gatto rosso che dorme.
Canarini in gabbia. Vasi di cemento e di coccio, azalee, mimose, un nespolo.
La canna dell'acqua nel sottoscala e un lampioncino privato.
Le sedie di vimini e di vimini il tavolo tondo e sbilenco e scortecciato.
La finestra del bagno e il rumore di una lavatrice, quelle vecchio tipo che di rumore ne facevano,
tanto.
Le mattonelline rosse, l'edera altissima e il pino, altissimo anche lui.
E i gerani.
Mi ricordo di me.
Abbracciato a quell'albero, l'espressione giocosa, i pantaloni corti,
e la certezza lunga che non ci sarebbe mai stato nessun altro posto che quello.
Ci sono tornato dopo tanto, di nascosto, di sera.
Per rivedere ancora quel volto umano tracciato nel tronco della magnolia.
Ma non c'era più nemmeno la magnolia.

Inversione di marcia

Cosa volete da me?
Volete ridere, sganasciarvi delle mie tragedie?
Volete piangere, a dirotto sulle mie grondaie?
Volete chiudere, a doppia mandata affanculo?
Volete chiedere, e rispondere è cortesia?
Basta punti interrogativi, basta virgole dubbiose.
Volete vedere quanto corre veloce un mocassino?
Basta interrogativi ho detto!
D'accordo, mettiamo insieme queste note stonate, e allora basta anche esclamativi!
E non mettiamo più neanche i punto e virgola;
Degli accenti non se ne può più, basta metterli, sì?
E che nessuno usi più l'apostrofo.
Giusto, e come disse quel tale: "a che serviranno mai le virgolette?", non mettiamole più. Sono d'accordo anch'io ma c'è una cosa che mi preme dirvi: togliamo per sempre i due punti.
Due, come se non ne bastasse uno, anzi 1/2, togliamo anche le frazioni?
Senza frizioni non si parte... Ho detto frazioni, non frizioni, demente.
De mente non sarò granché, ma de culo sto messo bene.
Cosa volete da me?
Volete osservare mentre la faccio sciolta?
O anelate udire il tonfetto nell'acqua cheta, quando lo stronzoletto si immerge con una capriola?
Basta volgarità! Abbasso la defecazione assistita, uno deve cagare in solitudine, che poi è meglio da soli che male accompagnati, quando si deve dar corso a certe formalità fisiologiche.
Ma basta parlare di sesso.
Certo che sei sordo forte, eh?
Stava parlando di cesso, non di sesso, almeno che tu non consideri il "bucio" der culo, un organo sessuale.
Certo che no, disse la vagina, il bucio der coso è solo famoso, perchè se lo prende che è uno spettacolo.
Ma perché se ci esce è normale e se ci entra è omosexuale?
Dai retta a me, cosa fatta capo ha.
E che caspio c'entra? C'entra come i cavoli a merenda, col pesce fritto e baccalà. I cavoli, non voglio insistere, fanno fare le puzze.
Anche i cipollotti son buoni a questo scopo.
E i facioli? Dove li mettete i facioli? Io li metto a bagno, e Maria?
Maria trombava col Mecco. Ecco, mi pareva che me lo avessero detto... Detto cosa? Becco!
Bacco tabacco e Marte.
Venere...
No, Marte, Venere è rimasta incinta di Giacobbe.
Chi, Sandro?
Sì, lui.
Ma non era fracio?
Fracio?
No, ho sbagliato, volevo scrivere frocio.
Più che frocio era bischero che se l'è fatta mettere in culo da Venere.
Allora, era proprio frocio.
E Venere?
Si è ammalata di sifilide, così impara ad andare coi frogi.
Frogi?
Vabbè... licenza poetica.
Ma me lo spiegate che volete da me?
Volete mettervi tutti lì al mio capezzale...
hmmm eccitante...
ho detto capezzale, non capezzolo, fava!
...al mio capezzale, aspettando che tiri le cuoia?
E son dure da tirare, devi andare in palestra, hai mai provato a tirare due suole di cuoia, mica facile!
E' molto più facile tirare il calzino. Ecco quando tirerò il calzino, col culo che ho, chiapperò S.Pietro preciso nel muso, che poi si incazza e mi manda all'inferno.
Almeno l'inferno è caldo, i calzini non ti servono. Conoscendo S.Pietro, il tuo calzino lo rivende a qualcuno. E manco lo lava.
Dice di fare inversione a U fra 150 metri.
Ma non si può invertire la marcia, è vietato.
Da chi?
Dal cartello.
E tu, ti lasci intimorire da un cartello?
E se vedi un orso che fai?
Se un orso mi dice che non posso fare inversione, non la faccio.
Io sono un uomo senziente, il Signore della natura, Re degli animali...
Detta così sembri Tarzan...
Taci plebeo, non può certo un vile cartello, dirmi se posso o non posso invertire la mia regale marcia!
E cosa pensi di fare, allora?
Inverto, come e quando voglio, inverto e se voglio inverto di nuovo.
Ma a te chi è che ti avrebbe fatto Re di questo e Signore di quest'altro?
Dio onnipotente, che domande bislacche!
E Dio onnipotente, fra tutte le cose che poteva fare si è fatto a te?
Sì, ed è meglio che te ne faccia una ragione.
Invece è meglio che tu, ti fai ricoverare.
E' questo che volete, allora?
Vedermi sopito, aspettare l'epilogo in un reparto alla neuro?
Mi compiaccio, bastardi, avete buon gusto.
XChe orer sonfo?
Ma come cazzo scrivi?
SCricvo vcol cazzoi er non ès fazcile berccaree iu tastik guistyi.
E ci credo, scrivi col cazzo moscio.
Non sento nessuno...
alza il volume!
Ah, ecco... sento... sento un peso al cuore.
E' il pacemaker.
No, è la parmigiana di mia suocera.
Letale.
Però c'è una cosa che non ho capito...
Dimmi.
Se siamo morti, perché siamo morti, vero?
Sì, parrebbe almeno.
Perché sento puzza di merda anche qui?
Mi sono cagato addosso.
E' stata la parmigiana?
No, la paura.
Paura di che?
Ma ti sei visto? Sei coperto di vermi putribondi, hai piaghe su tutto il corpo ignudo...
Beh, ero così anche da vivo e non hai trovato ostacoli del genere quando mi hai stuprato da piccolo.
Sei stato tu a provocarmi con quel lecca-lecca.
Era un Calippo.
Galeotto fu il Calippo e chi lo intinse.
Sai mi secca di morire soprattutto perché non saprò mai una cosa.
Quale?
Non saprò mai chi cazzo è quel coglione che si è inventato il nome Calippo...
Vuoi un sanbittèr?
E poi, c'est plus facile?
Forse.
Ehi, quei due stanno guardando verso di noi.
Presto, ricomponiti.
Dov'è il mio ginocchio?
Ecco cos'era... avevo 'sto cazzo di ginocchio tuo nella schiena.
Dammelo.
Eccoli, guardano proprio di qua!

Guarda Pasquale... ecco la tomba di quei due fetentoni che hanno fatto inversione a U in coppa all'autostrada, e dire che c'era un cartello "tanto"!
Sfaccimme...

Un secondo di distrazione

Calma e sangue freddo.
Chi è mai stato punto da un calabrone?
Fa male, parecchio.
Pancia mia fatti capanna, domenica si va a Roddino.
Carne cruda e meringata.
Non ho peli sullo stomaco, ma sulla pancia ne ho parecchi.
Mi stanno crescendo anche sulla schiena.
Che schifo.
Ho due peli anche nei lobi delle orecchie.
Che schifo.
Ma i più tremendi sono quelli che spuntano dalle narici.
E' una vita che me li strappo, dolore.
Dolore e schifo, specie quando ci rimane appiccicata qualche caccoletta.
Di quelle che filano.
Che schifo al quadrato.
Ma il posto dove ho più peli è il pube.
Proprio sopra all'uccello. Sono pieno di peli nel pube peloso.
Anche sotto, nei coglioni, ne ho abbastanza di peli.
C'è chi ha i coglioni glabri e che ce l'ha pelosi.
Io, una via di mezzo.
Ho peli un pò ovunque, tranne che in alcune parti dei polpacci.
Li ho zone implumi, consumate forse dai jeans.
I jeans, specie i Carrera, sono abrasivi, di grana 400.
I Levi's meno, sono di grana 901. Per questo si chiamano così.
Che male, come brucia il calabrone.
Se non lo avessi già spiaccicato vorrei che morisse.
Ma così, è come uccidere un calabrone morto.
Ho peli estremamente resistenti anche nell'ano. Li lavo tutti i giorni, sapone neutro, uno di queste sere mi ci faccio la permanente.
Ai peli del culo. Magari faccio tendenza fra gli amici.
Ho i peli anche sulle dita dei piedi. Non tantissimi, non sono una scimmia; non sono come il mio amico Edoardo che sembra un cinghiale.
Sa fare anche il verso del cinghiale; gli riesce benissimo.
A volte dubito persino... che sia un uomo. Tutto uomo, intendo.
In ognuno di noi convivono lo yin e lo yang, il bianco e il nero, il bene e il male, l'uomo e il cinghiale.
Mi ricordo di Edo: si divertiva a lanciare le mutande, sozze, contro le pale dei ventilatori a soffitto lanciate alla massima velocità, per tentare di farle volare fuori dalla finestra aperta.
Mi ricordo di Edo: nudo, a quattro zampe, per i corridoi dell'hotel, a fare il verso del cinghiale, un cinghialantropo maremmano.
Specie in estinzione.
Vietata la caccia.
Zanzare, mosche, calabroni e Calderoli sono la prova che, o Dio non esiste, o si è distratto per un secondo.
E in un secondo, se ne possono fare di casini.

Un titolo vale l'altro

Prendi questa mano, zingara e dimmi che destino avrò.
C'ero cascato ancora una volta, passavo per caso... uscivo di là... tutte balle e grosse pure.
Sentimi bene amico caro, non è che tu stai cercando di fregarmi con le tue moine?
Io non sarò una cima ma non sono neanche un idiota totale.
Prendi questa mano, zingara, "dammi 5 mila lire, è tempo che tu maturi", come fossi una pannocchia, un girasole stanco, un limone con la diarrea, e a un limone con la diarrea cosa gli consiglia il medico?
Prendi questa mano, zingara, "ti do un milione ma dimmi cosa fare per crescere" disse il microbo al batterio, gigante peloso di indubbia potenza sessuale a giudicare da come si moltiplica.
"Prendi molti antibiotici e diventerai forte come me".
"Un ottimo trucco, chi te l'ha insegnato?"
"Conosci il virus dell'influenza? E' stato lui a darmi la dritta".
Prendi questa mano, zingara, aiutami a dimostrare la quadratura del cerchio, difficile ma non impossibile come la tondatura del quadrato, solo io riuscivo a fare i cubi tondeggianti all'ITIS, che ci sono tornato a prendere le pagelle e neanche riconoscevo la scuola. Tutto passa, tutto cambia, ma non credevo così' tanto. Mi sento come un fantasma innamorato, a vedermi sembro un involucro lacerato, ma internamente sono fresco come un sushi, gustoso come un manicaretto, speziato e odoroso, acquolinainboccaloso, davvero un bel bocconcino.
Magari un pò nascosto dalle preoccupazioni, celato dall'ansia, occultato dal tedio ignavico, appesantito dal tempo.
Prendi questa mano, zingara, "non devi partorire due gemelli, quindi sei ingrassato, immagino..."
Belle parole, non prive di un fondamento e di pietas, soprattutto.
Non riesco scappare da te, neanche dopo 12mila chilometri, neanche dopo il giro del mondo, magari per te non è così tardi, ma io non so per quanto potrò ancora aspettare.
Ridammi quella mano, zingara o tienimi te l'uccello, che mi scappa la pipì.

25 settembre 2008

Zeitgeist

Divieto di inversione di marcia

Aaaargh... non ci si crede!
Mamma mia che orrore vedervi così, aspettanti qualcosa che addavenì, ma che non avverrà giammai, di certo non in questa vita.
Vi siete notati, allora?
Avete racimolato i capitali, approntato le sfide, guidato l'ultima motoretta, annaffiato il balcone fiorito, quello che tutti vi invidiano?
Avete telefonato a casa, salutato i parenti, assaggiato l'Amarone, brindato con quello alla lontananza del sole nel cielo stellato?
Avete dormito accanto alla vostra dolce Lei, guardando il soffitto e immaginandovi altrove, sul tappeto arabescato di una cinese infoiata, cavalcandola da dietro, spingendola in avanti, cullandovi nel ventre intorpidito del culo del mondo?
Lo avete mai fatto? E vorreste per questo lasciare il ricordo del triciclo a tre anni, rosso come è rosso solo un triciclo a tre anni, veloce come è veloce la mente a tornare sui suoi passi nascosti, senza inciampare sui gradoni più scoscesi, quelli più alti e sgarrupati, col bordo di radice a frenare la terra battuta, con gli aghi di pino, secchi di soleggiate estive, all'ombra dei padri dai fusti rugosi, maestà della boscaglia, che tutto vedono e che tutti vedono, quando sotto le fronde si accendono i fuochi e si cantano versi di stornelli romani.
Mio dio... non ci si crede, davvero.
Ma vi vedete adesso, contornati di nulla di serio, asciugati dal secco del tempo passato, passante e futuro, che rincorrete bambini nei parchi, che vi scappano inseguendo palloni mezzi sgonfi, due biglie di vetro, figurine di calciatori con la pancetta e ciclisti pelati.
Quei bambini che siete rimasti si troverebbero ancora giù in strada a scambiarsi quelle immagini di facce scollate dai corpi appesantiti, ma voi non potete scendere giù lasciando lavoro e famiglia, non potete infilarvi le Superga sporche, perché le avete gettate nella lavatrice del tempo. E perché non vi entrerebbero più, nei vostri piedi senza calli, massaggiati di borotalco e calzati di filo di Scozia.
Annusatevi i piedi, non più quell'odore di sali da bagno, ma franco sudore e pellicine, col segno del calzino di spugna che circonda il polpaccio sudato, la corsa alla doccia mai calda, col fango che intasa la grate di scolo dell'acqua, e piselli mosci al bagno, confronti di sguincio e manate sul culo, pensieri di sesso e discorsi di sesso medesimo, donne sempre in punta di lingua, quasi mai in punta di uccello.
Annusatevi i piedi bianchicci, appena tolti da quelle scarpe lucide e piatte: odorano di vecchiaia, di doppio petti, di cravatte e spezzati, di uniformi e 24 ore, di BlackBerry e bluetooth.
Che odore infelice, quanto è lontano dall'irraggiungibile puzza di piedi da campetto di calcio, due pali malmessi e sudore vero, non made in Corea, voglia vera di tornare a giocare e perdere magari, perché perdere fa bene, rilassa gli spiriti bollenti dell'arrivismo e del successo a tutti i costi, costi che non potete più permettervi, assassini di quei giovani istinti che avevate la fortuna di ospitare dentro di voi. Come mai adesso siete così incerti sul da farsi? Non avete più quel sorriso ebete sulle vostre facce rasate e dopo barbate? Quel sorriso di facciata che tanto piace ai superiori, ai suoceri, alle mogli fidate, alle politiche comunitarie, ai benefattori, ai vostri mentori?
Ridete, che diamine, non vorrete mica lasciare liberi i vostri posti nel palco in barcaccia? Ci avete messo anni per arrivarci, 15 minuti prima del concerto, abbracciati a un collier da duecento milioni, non vorrete mica lasciare il posto al vostro collega, quello che vi alita sul collo da anni, che parla di voi più che di suo figlio, che aspetta di sentire il tonfo, per ridere e spazzare via le vostre cose, pulire quella scrivania di mogano, e metterci sopra le zanne.
Aaaargh... non ci si crede e non crediate, neanche per un istante, che le vecchie Superga vi entrino ancora. Quelle sul davanzale a prendere aria sono le mie, e guai a chi me le tocca.

15 settembre 2008

Ritorno

Perdo tempo coi colori dei ponti, a misurare gli spazi, mi perdo in pensieri emotivi, a rilasciare fremiti di tremore, a inseguire un successo perduto, vinto dal tempo che perdo a raccogliere ricordi su questa spiaggia privata, a seguire con lo sguardo il ghiacciaio che pare immobile come me, che mi muovo e nessuno sembra accorgersene.
Perdo tempo a segnare ogni punto non realizzato, ogni obiettivo mancato, a cercare di spegnere una mente troppo saccente e di solito complicata e contorta.
Perdo tempo a collezionare sconfitte, a gustare l'amaro in bocca con un calice incrinato, a piangere il ricordo di una vittoria accennata in anni piu' agili in tempi lontani, che mi urlano dietro la mia colpa d'inedia, mentre il poco di buono che ho lasciato dietro le spalle mi saluta sporgendosi dal treno che ho perso, per pochi secondi, una volta ancora.
E perdo tempo a cercare motivi e svelare arcani che non interessano a nessuno, chiunque siano i mille nessuno che ognuno di noi conosce e incontra ogni giorno, cosi' presi dai loro intrighi, che neanche mi vedono stare li' a fissarli, come immagini mute in un film velocizzato, tristi comiche odierne di un tempo corroso dall'acido della frenesia, lo stesso tempo che io perdo a cercare di mettere insieme i poveri pezzi di un aeroplanino giocattolo, troppo vecchio per riuscire a portarmi via da qui, troppo leggero per sopportare un carico cosi' imponente di memorie.
Scorro ancora con gli occhi l'orizzonte, che guardo, forse, per l'ultima volta: queste case strane, questi spazi infiniti, queste montagne lontane, e per quest'ultima volta, perdo tempo a inseguire le nuvole, mentre la vita scivola via.
Torno a casa.

10 settembre 2008

Precocità molesta

Piripicchio se ne usci' chiedendo se la "minchia" fosse da ciucciare sul posto o take-away, la cameriera rispose "what is minigghia?" e sorrise col taccuino in mano e due tette da sballo, due breast enormi e turgide, a couple of zinnes, so big, che Piripicchio si era gia' visto immerso in quel mare latteo fino al mento, "minchia is like LOVE, du iu laik LOVE?"
Si', amava amare la ragazzetta tettoruta, 20 years old, numero imprecisato di "amori" sbaciucchiati in quel lasso temporale.
"Italian, arent ya?"
Che tette, parlavano da quanto erano gonfie, 2 ballons, Piripicchio era sul punto di montarle addosso, riusci' a trattenersi con sforzi enormi, le sue hands fremevano, doveva toccarle, strizzarle, spupazzarle. May I squeeze your tits?
Dondolavano, rimbalzavano, bounced, proprio in front alla sua faccia.
Mamma mia, mordere quei capezzoli, succhiare, suck my minigghia, please.
Piripicchio si alzo' di scatto e afferro' la cameriera da dietro, le mise le mani sulle pocce e le strizzo' mentre la cameriera scream a lot.
Arrivo' il padrone del pub, grossissimo, altissimo, testa di cazzissimo, e prese Piripicchio per le balls e lo scaravento' a terra, down.
Poi con due boots da ragazzomucca, gli monto' proprio sulla minigghia, mannaggia, e inizio' a jumpargli up.
Dopo due minuti di rimbalzi entrarono i due fratelli della girl dalle grosse bocce e, saputa la notizia, presero Piripicchio e lo blow up di botte. Poveraccio, lui che sognava un blow job, ci era andato vicino ma solo grammaticamente.
Ora nel carcere minorile di Calgary Piripicchio se la passa bene: ogni domenica un muffin a pranzo e i cartoni animati la sera. Fra un mese compira' sette anni e gli faranno la festa.
La ragazzotta maggiorata va a trovarlo spesso, l'amore is blind. Ah, l'amore! o come direbbe lei, "Uh, la minigghia!"

30 luglio 2008

Montemaggio

Dalla mia finestra vedo Montemaggio
e sulla cima vedo alberi più radi
che si impigliano nel rossastro del cielo
e mi appaiono come 19 uomini in fila indiana
piegati dal peso di una coscienza che non li riconosce più.


Il 28 marzo 1944, in località la Porcareccia, sulle pendici del Montemaggio nel Comune di Monteriggioni, si consumò, ad opera di militi della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) l’eccidio con il maggior numero di vittime della provincia di Siena.
Le vittime furono 19 in totale: erano tutti giovani ragazzi che si erano dati alla macchia per sfuggire alla leva fascista e per unirsi alle formazioni partigiane della Brigata Garibaldi che operava nella zona compresa tra le province di Siena, Pisa e Grosseto.



La vita è masochista

La tavola, che favola, fa gola a molti, colti e ‘gnuranti, antipidocchi, occhi di cielo, e lo zio annaspa, spaziando nel blu, ludico aggeggio di cui non capisco l’uso, colluso col sindaco, colloso e indaco, che è vicino al blu. L’indaco è un colore un pò come il pervinca, che vinca, che perda non gli importa poi molto, non gli infinestra una sega, martellandosi un dito, “ho udito, ora arrivo!”, partenza e ritorno, vagabondo, errabondo, sbagliabondo, bando alle ciance, la Banda!, bendati e frustati da solo che sono stanco. Ancora ad Ancona! Ecchecifaccio? Faccia fiacca, facciata e musata, scappellotto, tocco le palle, porta sfiga l’ambulanza, sirena, scoglio, spaghetti, ragù, Bologna e Cantù.
Cantù che ti passù, quassù fa freddino, ci vorrebbe un termosifone, un sifone da solo toglie solo il puzzo, un termo da solo non vuol dire una sega, una sega da solo è meglio di un dito in culo. Puzzo? s’è rotto il sifone, se si rompeva il termo era meglio.
Sifone fifone! Tifone, Toshiro Mifone, raggiunse Didone, le prese il ditone e glielo pestò. Afferrò un pitone che gettò nel bidone, ah grande Didone, eri proprio un figone, ma Enea ha un neo: ama Ulisse, e a casa tornò, che Froci! i Proci, i truci guerrieri con elmi e destrieri, i cruci e i verba nella sciarada interrotta xyxxxy… e poi boh!
Un puzzle! ammazza che puzzle… quant’è che non defecavi? un mesecavi? un annocavi? un ano cavo da riempire di [rebus]: G; ciliegie; F; saluto romano;
Godiamoci la vita, avvitiamocela stretta e frustiamola per bene, che la vita è masochista e le piace da morire.

15 luglio 2008

Mi vien da ridere

Amici miei, ridiamo!
Ridiamo oggi, adesso, ridiamo subito.
Non aspettiamo, non rimandiamo mai una grassa risata.
Ridiamo a 4 ganasce, a piene mani, a bocca aperta,
ridiamo sguaiati o composti, ridiamo di tutto,
ridiamo di me e di noi che ridiamo.
Ridiamo a saltelli, ridiamo dormendo, mangiando, trombando,
ridiamo alla posta, a lavoro, chi lavora alla posta rida due volte.
Ridiamo bevendo del vino buono, ma anche se non è buono ridiamo lo stesso.
Ridiamo se ci girano i coglioni, se ce li hanno piallati,
ridiamo se la dolce metà è più amara del solito.
Per ogni ruga che appare: una bella risata! per ogni capello che cade: una sganasciata! per ogni giorno che passa, ridiamo e facciamo "marameo" alla vita.
Per ogni dolore che arriva, e arrivano sempre, mettiamoci a ridere da farci male alla pancia, che almeno il dolore sia dolore di riso.
Per ogni delusione, per ogni sogno svanito, ridiamo alla grande, tremiamo dal riderci, sopra l'angoscia e il timore, sommergiamoli di sane risate, prendiamoli per il culo e ridiamoci su.
Amici miei, ridiamo!
A 32 denti, a chi sono rimasti tutti, a crepapelle, a garganella, che ci vengano i solchi intorno alla bocca, ridiamo tanto da farcela addosso, sempre meglio davanti che dietro.
Ridiamo per primi, che non ci svernici nessuno, alziamo su podio la coppa della più grande risata mai risa.
Aspettiamo il domani ridendo e ridiamo dell'oggi che passa, ripensando a quanto abbiamo riso in passato, a quanto rideremo nei giorni a venire.
Che una risata sia sempre con noi, che ci prendano pure per scemi, per poveri idioti che ridono sempre, soprattutto quando, a quelli "normali", parrà proprio non ci sia niente da ridere.
Ridiamo, Amici miei, ridiamo... devo smettere di scrivere, mi viene troppo da ridere.

26 giugno 2008

Sesso elementare

Ricordo molto bene il giorno che vennero a farci lezione di sessualità i ragazzi delle Magistrali.
Eravamo in quinta elementare, anno 1977, la maestra si chiamava Luchini Baldi Tosca.
Questi tirocinanti avevano il compito di illustrarci i vari aspetti di quel mondo che avremmo scoperto "praticamente" qualche anno più tardi.
Ricordo visivamente solo un ragazzo e vi spiegherò perché, gli altri, dovevano essere almeno 4, li ho cancellati. Questo tipo era alto, con due occhiali belli grandi, e come usava, jeans a zampa d'elefante e maglietta attillata.
Cazzo, non ricordo come ero vestito ieri, ma quel tipo ce l'ho impresso nella memoria... fatto sta, che la lezione di sesso procedette senza particolari intoppi fino a che si giunse a parlare degli spermatozoi.
La cosa che mi colpì fu di sapere che noi fanciulli di 10/11 anni non avevamo ancora questi esserini in circolazione nel nostro apparato genitale, ma che da lì a poco avremmo iniziato a produrne a miliardi.
La cosa non mi era chiarissima; quello che avevo capito è che uscivano dal pisello, punto.
Sul perché ci fu spiegato a chiare lettere: per mettere al mondo dei bambini. Ok, presa per buona. Sul quando, la spiegazione fu più lacunosa: babbo e mamma... si vogliono bene... Comunque per il momento preferii glissare. Sul come, cosa che mi interessava maggiormente, avevo sviluppato una mia teoria basandomi su quello che avevo capito (una cippa per essere onesti): credevo in cuor mio che gli spermatozoi inutilizzati (qualunque cosa fossero) si mischiassero alla pipì e se ne andassero allegramente a fare in culo nel gabinetto. Semplice e plausibile; uscivano o no dal pisello? e il pisello quanti buchi ha? uno. Però alla mia ipotesi, per quanto brillante, serviva una conferma.
Alzai la mano e chiesi candidamente: "Scusi, ma uno che vuole far uscire questi spermatozoi senza far nascere bambini, non può andare al bagno e fare... (mi vergognavo a dire pipì, quindi mimai con la mano tremante il gesto di prendere il pisellino e pisciare) e buttarli nello scarico?"
Il ragazzo grande impallidì. La mia mano tremante e le mie pause, dovute al pudore di affrontare un argomento scabroso come la pipì davanti a tutta la classe, lo avevano ingannato perfettamente.
Guardò Luchini Baldi Tosca con una faccia imbarazzata e poi, annuendo con la testa, agitando le braccia, guardando a destra e a sinistra, finalmente dette conferma alla mia teoria: "Ssssi... certo è possibile... anche se... (ma che classe è questa?) si può anche fare così..."
Mi sedetti tronfio e fiero di aver formulato una ipotesi corretta, avvalorata dalle espressioni sorprese di tutti gli adulti presenti, Luchini Baldi Tosca in primis.
I miei compagni mi guardarono ammirati: ero l'unico che ci aveva capito qualcosa...
Nei giorni successivi, ogni volta che andavo al bagno, controllavo se nella pipì ci fosse qualche spermatozoo, tanto per vedere se la produzione di massa era iniziata.
Ma niente, nemmeno uno. Poi, pian piano nelle settimane seguenti, stanco di questi spermatozoi fannulloni e ritardatari che non si decidevano mai a spuntare, lasciai correre e pensai solo a giocare a pallone. Al sesso ci avrei pensato più avanti.

20 giugno 2008

Gli alberi muoiono in piedi

Capitolo primo: Cerca di metterti nelle mie penne

Eccomi qui, mi presento: il mio nome è Cuore d’Oro, sarei una persona normalissima e probabilmente insignificante se non avessi una caratteristica unica; ancora oggi non so se definirla un dono, una iattura, un non so che.
Per farla breve, il tempo stringe, cercherò di farvi capire quello che mi capita da quando ero bambino: mi immedesimo. Embè, direte voi, tutto qui? Sì, e no. “Tutto qui”, nel senso letterale del termine, tutto in me, per chiarire il concetto. Non mi capita sempre e non mi capita con chiunque ma quando mi capita, mi immedesimo talmente tanto che divengo io stesso l’altro.
La prima volta che successe, capitò al lago, un laghetto in verità, con le panchine intorno e le papere che girellavano a pelo d’acqua. C’era quella volta una mamma papera con tanti anatroccoli e mi misi a fissarne uno, in fondo al gruppo. Pian piano sentii un formicolio salire dai piedi, su fino al naso, e quando tentai di grattarmi il braccio non si mosse. Chiusi gli occhi e riaprendoli mi trovai nell’acqua, a galleggiare fra altri piccoli paperotti. Vidi le loro piume marroni sfiorarmi il becco, sentii per prima cosa il contatto coll’acqua, poi il senso di tranquilla protezione che mia madre papera mi dava guardandomi mi lasciò completamente sereno, il suo richiamo soave e dolcissimo, i miei pensieri di anatroccolo che roteavano giocosi nella mia testolina pennuta. 11 fratellini, tutti simili, ma quante differenze fra noi: sapevo che Primo era il più pigro, Terzo era quello più curioso, Sesto il più goloso.
Io, Nono, ero certamente il più triste. Sarei dovuto essere Decimo, ma il mio fratellino era morto nell’uovo. Possibile che agli altri non importasse di (lo chiameremo per capirci) Dodicesimo?
Eravamo stati insieme con (lo chiameremo per capirci) Dodicesimo per tante settimane nel nido, dentro l’uovo, uno accanto all’altro, potevo sentire il suo cuoricino che batteva proprio come il mio.
Poi più niente, la mamma lo abbandonò, morì di freddo dentro il suo uovo-tomba.
L’acqua scorrendo sotto di me mi faceva il solletico, non era fredda, diciamo che non dava alcun fastidio, ma a me non piaceva tanto nuotare. Io volevo volare.
Vedevo papà e mamma che ogni tanto si alzavano in volo, non senza qualche difficoltà.
Quanto avrei dovuto aspettare?
Provavo a sbattere quei moncherini di ali e non ottenevo altro che schizzi e derisione.
I miei fratelli saggi sapevano che aspettare è necessario e per niente pesante se lo scopo da raggiungere è elevato. Ma io volevo elevarmi da solo, senza dover attendere che i miei genitori, la mia età, il mio corpicino fossero tutti pronti. Io lo ero già da prima, da quella volta che osservando un piccione, o un colombo, o non so bene, pian piano mi trovai fra mille piccioni in una piazza assolata e cominciai a sentire il desiderio del cielo.
Mi ero sempre chiesto come facessero i piccioni a camminare spostando il collo avanti e indietro a ritmo dei loro passettini, come potevano vedere chiaramente con tutto quel ballonzolare. Ebbene, lo fanno semplicemente, e funziona. Da piccione, o colombo, o non so bene, la vita è uno schifo, non lo avrei mai creduto, ma è proprio così. Un bimbo della mia età (quando non ero ancora piccione) mi rincorreva urlando, e io so cosa voglia dire urlare, sono un primatista dell’urlo quando sono bambino, ma da colombo è terribile avere dietro un bambino che urla; ti gela il sangue, senti il sapore della morte… schiacciato dai piedi di un bimbo urlante e ferocissimo, spennato e decapitato, come tanti miei simili quel giorno in piazza durante la disinfestazione. Tutti morti, decollati ma senza volare. E che schifo i posti in cui tocca vivere, i buchi nei muri pieni di guano, i davanzali col veleno e le trappole, tutto per noi poveri piccioni, o colombi, o non so bene. Ma c’è qualcosa che vale la pena di fare ed è volare; e ti senti un gabbiano, o un falco o non so bene. E punti le nuvole e e punti diretto il sole , volteggi e non cadi e non soffri di nessuna vertigine, perché nessuna vertigine è più vertiginosa dello stesso volare.
Per questo essere stato piccione sapevo il sistema per riuscire a spiccare il volo, ma il mio corpicino di anatroccolo no; non era un piccione, non era neanche un falco, era solo una piccola barchetta piumata, che poteva solo farmi stare a galla e non patire il freddo. Non molto direte per chi ha assaggiato il cielo.
Poi nel tranquillo pomeriggio sul laghetto fra gli alberi si udì un fragore, un tuono, uno scoppio. Sentii che quel suono in modo ancestrale mi terrorizzava, vidi per qualche secondo scene orrende di anitre morte, uccise a colpi di fucile, che cadevano al suolo con strida disperate, fra le piume e il sangue, rosso e puzzolente, e piansi, un pianto così singhiozzante che rischiai di affogare. Non avrei mai creduto che un anatroccolo potesse piangere tanto intensamente.
“Smetti di grattarti il naso o te lo staccherai” mi disse mia madre, mentre mi portava per mano alla macchina. Ero tornato. Ma non ero più lo stesso.

19 giugno 2008

Gli alberi muoiono in piedi

Capitolo secondo: Come le mosche al miele

Potersi immedesimare in chiunque non è cosa di cui vantarsi troppo.
Sulle prime potrebbe sembrare una sorta di dono, ma in realtà è seccante, soprattutto perché non puoi decidere né il quando né il chi. Almeno io non ci riesco.
Ci sono volte che vorrei divenire una cosa precisa, chessò un grande navigatore, una pantera nera, un extraterrestre, Dio in persona. Ma non mi è dato scegliere. E che dono è mai questo allora? Un dono reale e completo ti deve permettere di poter esprimere la tua volontà, dar ampio sfogo alla tua fantasia. Io invece posso solo accettare questa giostra: un tal giorno, alla tal’ora, mi trasformerò in qualcosa, fino a che tutto ciò vorrà succedere.
Poi, basta.
Un dono strano, vi dicevo; senza dubbio interessante, ma anche non richiesto.
Volete un esempio di quanto possa essere frustrante questa mia capacità iper empatica?
Va bene, eccovi serviti. Qualche anno fa, durante una primavera particolarmente calda, andammo con la scuola a visitare lo zoo. Un bellissimo, tristissimo, crudele zoo.
Dopo il pranzo al sacco, saranno stati 30 gradi, ci portarono a veder (soffrire) gli orsi bruni. In fondo a una vasca vuota, stavano due grandi animali, addossati al muro con le zampe posteriori in alto, il muso lasciato cadere di lato, gli occhi chiusi. Sembravano morti, neanche addormentati. Solo lo scuotersi di scatto della grossa testa, per scacciare le mille mosche che avevano intorno, noiose e dispettose, era la conferma che erano in realtà ben vivi e non corpi in decomposizione. Che caldo che dovevano avere, se anche io in maglietta, pantaloncini e berretto, sudavo e mi asciugavo la fronte di continuo.
Piano piano, iniziai a guardare quegli orsi e, fissandone uno, il più grosso e il più immobile dei due, sentii un fremito scuotermi la schiena. Trasformato in un grosso e (molto) peloso palmipede, con 30 gradi, dentro una vasca vuota circondato da mosche assilanti; che allegria.
Però, caldo a parte, volete mettere la sensazione di indubbia potenza che essere un tale bestio può trasmettere? Ci sarebbe di che montarsi la testa!
Io, bambino… ok, adolescente, magrolino e cagionevole, preso in giro dai grandi, ignorato dalle ragazze, seviziato dai bulletti, che divengo orso bruno, due metri di muscoli, denti, artigli. Ce li vedete i miei compagni di classe, intimoriti, spaventati dalla mia possenza, scappare a rifugiarsi sugli alberi, chiudersi in bagno, correre urlando…
Forse vale la pena anche di patire il caldo. Forse valeva la pena anche di scacciare tutte quelle mosche. Forse. Se mi fossi trasformato in orso, però. Invece, con grande dispetto mi trasformai in mosca, dispettosa e nauseabonda.
Ecco, vedete che vuol dire non poter scegliere né quando, né chi?
Ma a ripensarci, che spettacolo! Vedevo attraverso mille caledoscopi di luce, e in tutte le direzioni, anche dietro. E vedevo gli altri muoversi tanto lentamente, che mai avrebbero potuto schiacciarmi, io che volavo così veloce, come un missile, un razzo, e che agilità!
Un gatto in confronto è imbalsamato, un falco assomiglia ad un pollo, una moto da corsa ad un apino Piaggio. Ragazzi che evoluzioni! Che Tonneau, che otto cubani! E poi il volo rovesciato è uno scherzetto, lo stallo riesce a occhi chiusi, i looping e le mezze S sono un giochino per aquile tonte, Immelmann mi fa ridere le alette. Guardarsi intorno e vedere tutto il vedibile, percepire tutto il percepibile, ogni più piccolo movimento, pericolo, insidia, ogni odore odorabile. Soprattutto la merda.
Non è male la merda. Ha un odore che non a tutti piace, concordo su questo, ma a noi mosche non fa affatto schifo. E poi la merda è un alimento naturale, senza concimi chimici, biologico si direbbe oggi.
Comunque, ero lì, svolazzante e leggiadro, immerso in pensieri pensosi, quando, distratto e inesperto, non mi accorsi che l’orso bruno, il più grosso, aveva smesso di essere anche il più immobile e aveva spalancato le fauci per lenire la noia, insomma aveva sbadigliato.
Tentai un’autorotazione a destra ma la frittata era fatta: entrai preciso in quella bocca enorme e umidissima poco prima che si richiudesse dietro di me.
Il panico mi colse alla pancia. L’odore era insopportabile, fetido di pesce morto, carne putrida e chissà cos’altro. Oddio, tutte cose che una mosca non disdegnerebbe in altre situazioni, ma adesso il mio organismo terrorizzato, mischiava il mio corpo di mosca al mio essere bambino… ok, adolescente.
Cercavo di volare tenendomi lontano dalla lingua impastata del bestio e possibilmete anche dai dentoni gialli e affilati. Dovevo attendere che l’orso sbadigliasse di nuovo. Che momenti terrifici, che paura paralizzante!
Poi ebbi un’idea: mi posai sul palato dell’enorme animale e cominciai a passaggiare per solleticarlo ma non successe niente, poi presi a saltellare ma non accadde nulla, poi iniziai a zompare con tutte le mie esilissime forze e pian piano, mentre mi sentivo così debole da svenire, la bocca dell’orso iniziò a fremere. Lo starnuto mi proiettò decine di metri lontano, feci in tempo a riprendermi e con una virata a coltello evitai un albero e mi rimisi in assetto.
Mi posai sul ramo più spesso e, incredibile per una mosca, ansimando e tremando, mi addormentai. E sognai.
Sognavo che i miei compagni urlavano e correvano, e la professoressa urlava e correva anche lei, e che una mosca pelosa e gigante, con zanne e artigli, li inseguiva per lo zoo, scacciando piccolissimi orsetti, fastidiosi e dispettosi, che piroettavano nell’aria.
Poi un urlo più forte mi svegliò. I miei compagni stavano gridando veramente, la mia professoressa stava arrivando trafelata con due pompieri. Una scala si appoggiò al ramo, un pompiere salì, mi prese in braccio e mi portò giù.
Come ero finito sull’albero? Stavo bene? Una paura del genere non dovevo mai più fargliela prendere! Quando lo sapranno i miei genitori! Comunque l’importante è che io sia sano e salvo! E le ragazze mi erano intorno, i più grandi mi guardavano in modo diverso, i bulletti, forse, mi avrebbero continuato a seviziare, ma con più gentilezza:
avevo avuto il coraggio di entrare nella vasca degli orsi, mica pippole. E questo è niente, avessero visto come volavo!

21 maggio 2008

Più grande di tutti è il cielo

Scalciando
mi attacco al cavallo
stanco e imbizzarrito
dei tuoi pantaloni
alla moda ma sporchi di terra,
di fango

ruggendo
mi innalzo sul cratere
del vulcano spento
perché il mio ruggito
lo svegli
e perché lui ci sommerga
di lava

ridendo
ti vedo guardandoti ancora
come fossi nuova per me
ma la tua faccia rimane
volgare
anche senza quel trucco pesante
di fard

urlando
mi prendo un pò troppo
sul serio, per finta
paternalità, mi trovo
a gridare
così senza niente da dire
di vero

Morendo
sogno vagoni dipinti
e binari che come noi
corrono inseguiti dal tempo
fremente e frettoloso
e rimandano
di giorno in giorno,
e per sempre,
un incontro, il toccarsi
la mano, lo sfiorarsi
di bocche
e il sapore degli occhi
bagnati.
Morendo
sogno vagoni dipinti
fra campagne e campi
fra gente ammalata di povertà
che si piega sul fosso
e che mangia per abitudine
che si ama per noia
che vive a cottimo
e che per necessità
muore.
Io, morendo
sogno vagoni dipinti
e sogno chi li ha dipinti
e li sento parlare
di città senz'aria
di futuri d'inchiostro
nero di fumo
che sale su fino al cielo
ma che nessuno può più vedere
perché laggiù
nessuno guarda il cielo
mai.

20 maggio 2008

Noia vitale

La mia noia è abitudinaria, torna sempre nei soliti posti e lì mi trova
nei soliti panni di uomo qualunque.
Cerco di scacciarla come una mosca cieca, col dorso della mano disegno evoluzioni degne di Toscanini.
Ma non potrei vivere senza la mia noia, con quel suo sapore di camomilla tiepida e muffa di sottoscala.
La mia noia è una teatrante a volte, si camuffa da amore sublime, si traveste di passione, si spaccia per te.
La mia è una noia premurosa, mi scorta nel tempo e se la abbandono un istante, aspetta paziente che io torni da lei.
Cerco di stare immobile, nessun gesto, non una parola, affinché le noia si annoi e mi lasci da parte per un'ora in più.
Ma poi mi pento di questo rozzo inganno e temo, per un istante, che lei non torni più, lasciandomi solo davvero.

Fra me e me

Discuto in silenzio con me stesso, ma ho ragione io e mi do torto, in silenzio, non concordo con quello che dico, in silenzio, parlando pianissimo o pensando forte, non si capisce nel silenzio, se annuisco alle mie parole oppure se non mi sto neanche a sentire, nel silenzio taccio per non contraddirmi e mi sforzo di non ribattere alle mie parole; ascolto in silenzio quello che vorrei dirmi da anni ma che non ho il coraggio di sentirmi dire. In silenzio mi parlo all'orecchio (e non è che sia facile), mi sussurro in disparte le mie verità che non condivido, che non sento più mie, mi zittisco seccato, quando mai tacerò e lascerò che il silenzio copra la mia voce pensata, così sommessa da sembrare vento? nel silenzio delle mie parole questa discussione è un muto parlare fra un sordo.

I pericoli della scarpetta

Quintali di trippa al sugo scendono dal soffitto come tanti tentacoli di kraken mostruosi e penzolano aromatizzando la stanza di profumo fiorentino, mentre migliaia di fagioli borlotti zompettano allegri fra mura e pareti cantando in coro canzoni di guerra, il Piave mormorò non passa il cannellino, prezzemolo a iosa si spande tritato dalle finestre socchiuse.
La camera intera è un gran pentolone stracolmo di trippa e fagioli, un gran mestolone rigira poi il tutto a grandi passate e io dall'armadio mi butto felice in quel bendidio e a quattro ganasce mi intruppo di trippa, mi rotolo gaio nel sugo e canticchio canzoncine di guerricciola, quando un'enorme pezzo di pane mi avvolge e sparisco con tutta la trippa e i fagioli dentro una bocca che sembra una grotta. Ahia, fa male venir masticato, ma quel che mi spiace è che non avevo ancora finito. Morire va bene, anche mangiato col pane, ma non con la fame!

Ancora mai

Stringimi le mani adesso,
non aspettare che diventi inutile
guardarmi negli occhi;
i miei non vedono più tanto bene
ma ti riconosco ancora.
Abbracciami forte adesso,
non aspettare che io cada di nuovo
nel buio pesto della memoria;
la mia non funziona più come un tempo
ma ti ricordo ancora.
Sorridimi mille volte adesso,
non aspettare che me ne sia andato,
il mio viaggio sarà indigesto;
le mie mani non stringono più come prima
ma ti accarezzano ancora.
Baciami di nuovo adesso,
non aspettare un bacio d'addio, lanciato
mentre passa il mio lento ricordo;
il mio cuore non batte più come una volta
ma ti amo ancora.

12 maggio 2008

Cinque addii

1.
Vi saluto, amici miei,
non chiamatemi più amico
perché non posso più sentirvi,
quaggiù è tutto sordo,
insensibile al vento,
immobile e spento.
Non chiamatemi ancora,
non esiste risposta
che io possa darvi,
o saluto che possa
ricordarmi.
Arrivederci, amici miei,
non cercatemi più,
non guardate nel buio
per tracciare il mio volto,
non appoggiate l'orecchio
al muro del pianto;
perché non c'è modo
di sentire il lamento
che sale dal fondo del buio,
se non buttandosi dentro
alla stessa mia ombra.
Addio, amici miei,
non vogliatemi male
se la mia debolezza
mi lascia partire
e scordarmi di voi,
come si dimentica il sapore
del latte materno.

2.
Ancora
nel mio mare congelato
dei ricordi incessanti.
E quali ricordi?
un monopattino rosso,
un lampione spento,
mattonelle e paraffina,
ginocchia sbucciate,
mollette nei raggi,
fionde e cerbottane,
merende e gelati,
nascondino e campana,
videogiochi da bar,
un vecchio S.Siro
sgonfio.
Un bacio,
rumore di moto,
tu insieme ad un altro,
lui senza più fiato,
le lacrime morte
negli occhi,
la cassa che spezza la schiena,
l'armonica in tasca,
piazzale di clinica,
novembre mattina,
chiuso, per lutto
ancora.

3.
Basta così.
Ho già dato quel che potevo,
ho già detto ciò che sapevo,
ho anche preso, lo ammetto.
Basta così.
Ho suonato anche per dopo,
quando le mani rigide
non ne saranno più in grado.
Basta così.
Ho sparso dolore e perdono,
ho mangiato e bevuto
e ho goduto di tutto.
Basta così.
se il lampione si accende
la luce tremula poi si diffonde,
ma quando si spegne,
si spegne di colpo.

4.
Abbandonato mi spengo.
Nel calore dell'estate
l'angoscia non respira,
si nutre nel tedio,
si chiude nello stomaco.
Non invoco e non chiamo
quando la paura mi sovrasta,
quando il conforto si allontana;
quando deluso mi abbandono,
abbandonato.

5.
Non leggete, non leggete,
non importa più.
Lasciate tutto, niente conta
di quello che dico e scrivo,
di quello che provo, adesso.
Non leggete, ve ne prego,
non leggete.
Che io torni dove sono nato
almeno un giorno prima
di morire.
Che riveda il posto,
che risenta i suoni,
e quell'odore di aria romana.
Non leggete, non sprecate tempo
a complicare le facili cose
che tengono unito
il vostro amore
per la vita, che adesso
mi costa tanta fatica ammaestrare.
Giocolieri! Venite!
qui non si aspetta che voi.
Io posso andare?
Addio allora, e
non leggete, non leggete,
non importa più.

06 maggio 2008

Mio padre

Mi pento di non essere stato un uomo
a 16 anni quando di notte dormivo
e non avrei dovuto così tanto,
non così profondamente, almeno.
Mi pento di aver ceduto
alla mia stessa pigrizia balorda,
che toglie le forze, svuota i muscoli freddi
ti parcheggia il cervello in divieto di sosta.
Mi pento, e che coraggio ci vuole?
nessuno, in fondo non è che finzione;
solo un canovaccio in liquidazione
schizzato da un Dio crudelissimo
che dilaga all'interno di me.
Perciò, che coraggio ci vuole?
non il mio, che è così limitato
che provo dolore
in ogni singolo istante che passa in sordina,
sentendo che l'ho perduto per sempre
senza averlo conosciuto per niente.

05 maggio 2008

Ora d'aria

Ti respiro in un battito di ciglia
ti inalo aspirandoti
come il fumo di un sigaro
troppo forte per la mia gola
ti inspiro, ti assorbo
pelle sotto pelle
come un flusso vitale
che scorre verso la mia bocca
spalancata e ansimante.
Manca l'aria a questo amore
fatto di raffiche d'odio
ventoso, ma di quel vento di burrasca
che non accarezza ma accapiglia
che non soffia solamente
ma urla incessanti parole
di incessante egoismo.
Non è brezza mattutina
non è scirocco tiepido,
è bufera sugli scogli
che si incontrano nella vita
e che adesso sono in mezzo,
posti come una muraglia,
fra me e te.

Domani 1 e 2

1.
Amore, amore, amore mio
amaro, amaro, mio amore
segnami la fronte
dammi la sete di mille fontane
dammi la forza di mille cavalli
amore, amore, amore mio
amaro, amaro, mio amore
toccami il petto
dimmi le cose che sogno conoscere
dimmi i pensieri che temo ascoltare
amore, amore, amore mio
amaro, amaro, mio amore
slegami il cuore
dammi una torcia di raggio di sole
dammi un motivo per aspettare
domani.


2.
Chiudimi gli occhi con un gesto veloce
scappa poi via, che non possa vederti
quando assai lento e senza agitarmi
li aprirò di nuovo, i miei occhi serrati,
per vedere se il mondo senza me
si è placato,
e se non fossi io tutto il suo male
tremendo, solo, rabbioso di vento
e se senza di me, io lo spero
il futuro profuma di nuovo
e il nuovo è nuovo davvero
domani.

25 Aprile

Ascolta, è un rimbombo strano, giunge da oltre la siepe, oltre il buio, oltre il tempo.
Narra di uomini nati e morti senza un nome, non passati mai in televisione, non cercati, non trovati mai da nessuno.
Sono uomini strani, non portano regali né ai bambini né agli adulti, non raccontano le favole per farci stare sereni, non ci cullano la notte e non ci danno nessun bacio per farci addormentare. Sono uomini sinistri che non ci lasciano dormire, ci si mettono davanti e piangono.
Sono uomini che hanno combattuto, sono morti, hanno ucciso, per un bene che noi non sappiamo usare: la libertà.
E piangono perché hanno capito quanto inutile sia stato il loro sacrificio, quanto poco valgano gli altri uomini che li hanno seguiti, che ne hanno preso il posto nei materassi caldi, che portano dei fiori finti sulle loro tombe di granito nero.
Piangono perché mai avrebbero creduto di trovarsi vecchi e riscoprirsi coglioni, presi in giro e accomunati ai nemici, che i nemici non ci sono più, che i nemici invece ci sono e governano e legiferano e negano e perdonano.
E cancellano i nomi di quegli uomini strani, invece di scolpirli nella storia.
Sono grida soffocate di dolore e rabbia, sono grida dimenticate che fra poco svaniranno per sempre nel dimenticatoio delle nostre menti distratte, e che ci sembrano oggi un rimbombo strano che giunge da oltre la siepe, oltre il buio, oltre il tempo.

03 maggio 2008

Scuola di vita

Tremendissime onde
si accavallano
dentro il mio cranio
dove rimbomba il boato
nel vuoto colmato dal nulla
là, accanto al "mai più"
fra le pozzanghere putride
lo scalpiccio di studenti
coi loro grembiuli in ritardo
coi biglietti timbrati
le pisciate negli angoli
di borraccina da presepe
fra muri bianchi di salnitro
e scale di travertino cariato
che sembrano sempre e solo salire;
e sali, sali, sali,
finché non ti sporgi più in là
poco più in là
del tuo solito giro di vite
e comprendi di colpo, all'istante
che è da un pezzo invece che scendi
e che ti restano sì e no
tre o quattro scalini
che odorano del disinfettante
di un ospedale qualunque
in fondo alla strada;
rimane appena il tempo
per un Amen a chi crede
e per un fiore contrito
perché un fiore di certo
non si nega a nessuno.

Acqua passata

Ti ricordi quell'acqua fresca
del rubinetto di casa mia
quando fradici ansimanti e rossi in faccia
dopo la partita a pallone
fra i pali sbilenchi del campino
che era sotto il mio piazzale
fra le viti e in mezzo al grano
si barcollava a braccia morte
su fino alla cucina
e si riempivano i bicchieri
trasparenti, da grandi sorsi,
e si guardava il cielo
attraverso quei fondi di bicchiere;
e quando era troppa la fatica
di salire per le scale
ti ricordi allora
di quell'acqua a garganella
dalla canna dell'orto
che schiumava per la forza
con cui usciva, fredda di campagna;
si aspettava che le foglie marce
uscissero dal tubo
per poi bere a tutta voglia
senza neanche respirare
fra il fiatone degli altri
che aspettavano il turno
per attaccarsi pure loro
con le guance piene d'acqua
e i piedi fradici di schizzi
sulle scarpe da ginnastica di tela
con il buco proprio lì
nel punto dove
si calciava il pallone troppo duro
o troppo fragili le scarpe;
e quell'acqua
con la sete che opprimeva
era più buona della Coca Cola
era più buona anche del vino
che si cominciava a bere a goccettini
e più buona anche,
a quanto pare,
della mia memoria bugiardona
che ricorda solo il bello
di quel tempo passato
scorso via velocemente
come l'acqua fresca
dopo una partita di pallone.

01 maggio 2008

Miracolo

Nulla crea più sconforto che la mia mano lenta sulla tastiera muta del mio piano scordato spento a parte l'altra mia mano veloce sulla tastiera della mia chitarra sorda accesa e la terza mano che vaga assente sulla tastiera del mio computer canoro in stand-by e la quarta mano che neanche credevo di avere finché non l'ho sorpresa a palparmi le chiappe in un moto di disperazione autoerotica finalizzata al massimo piacere fisico col minor rischio di iniziare una storia dolorosa e distruttiva cosa che la mia quinta mano non ha preso bene per niente e coalizzandosi col mio terzo piede mi ha piantato in asso sbilenco e monco zoppicante e deforme in attesa che il mio settimo orecchio mi riveli in segreto sussurrandolo al sesto orecchio la combinazione che permette di aprire lo stipo dove si cela il mio secondo cervello ché il primo dà segni di usura e scompensi di umore tali da cercare senza successo di farlo cambiare in garanzia tutti molto gentili al call center ma mi tocca tenerlo così o pagare le spese di spedizione in Olanda dove assemblano i cervelli di tutta l'Europa e che strano mi son detto stavolta qualcosa che non è fatto in Cina pare un miracolo o no?

Pane col miele

Adesso mi spalmo una fetta di pane col miele, d'acacia o di castagno, non so ancora.
Prendo il pane e lo accarezzo con la lama del coltello.
Si caga addosso il pane in questo modo, diventa più morbido e, anche se è del giorno prima, rimane fragrante e profumato. Oddio, non è che sia un gran profumo quello di un pane che se l'è fatta addosso, ma se siete mai entrati in bagno dopo mio zio Rodolfo, non ci farete troppo caso.
Mio zio Rodolfo, gran brav'uomo, mangiava solo alimenti che potessero imputridirsi una volta ingurgitati. Cipolle stantie, broccoletti antropomorfi, fagioli peruviani, qualunque prodotto McDonald's, azuki senegalesi (del nord), bagna cauda, anguille marinate in sciroppo d'acero yankee, yankee marinati in sciroppo d'anguilla (del Trasimeno), ossi di seppia, prezzemolo...
Quando poi veniva il momento (e veniva sempre dannazione) di restituire il maltolto sotto forma compressa e amalgamata, solitamente di colore bruno, a volte con peso specifico inferiore a quello dell'acqua a volte no, il risultato era invariabilmente un puzzo indescrivibile che proverò a descrivere comunque:
immaginate di trovarvi in un pollaio dove si nutrano i pennuti coccodeizzanti con uova di merluzzo di zolfatara, peperoni rossi marcinolenti, sangue di porco liofilizzato, asparagi lessi e gorgonzola senza goccia (per motivi di costi), dove un centinaio di questi pennamuniti scoreggino tutti insieme, provocando il decesso di altrettanti starnazzanti compari, che putrefacendosi istantaneamente ne uccidano con i miasmi altrettanti e che tutti insieme, petomani, putrefatti e putrefandi, vengano maciullati da potenti macchine maciullatrici, l'impasto maciullaticcio risultante venga fatto ingerire a un branco di ippopotami scarlatti della piana dell'Orinoco, che notoriamente producono il più fetido tipo di escremento del mondo animale (del resto con quello che mangiano!) e che tale escremento venga ridotto in comode barrette e fatto mangiare per due settimane a un gruppo di verri incazzosi del livornese, che questi cinghiali producano in seguito alla dieta una montagna di cacca tale da coprire col suo tanfo persino l'afrore provocato da tutte le fogne a cielo aperto dell'India centrale...
ecco, mio zio Rodolfo faceva delle puzze molto meno tremende, ma era per rendere l'idea.
Si accomodava sul tazzone, apriva il giornalone e contemporaneamente apriva anche lo sfintere umettando l'aria di sostanze aromatiche e rumorini seriosi, tipo... prrr... prprprpp p p p prrr... poi ne stampava una lunghissima e roboante che faceva tremare tazza e spazzolino del cesso, e attaccava a ridere come un licaone (era molto auto ironico, va detto) e più si sganasciava e più sputafuocava gas nocivi a tutta randalla, che venivano dai palazzi vicini per sincerarsi che Bush non avesse attaccato Siena per guerra preventiva (ma tardiva) alle sgargamelle terroriste.
Il miele lo preferisco leggermente riscaldato, a bagnomaria (che non sarebbe male come nome per uno stabilimento balneare in Palestina).
Sapeste come è buono, e quanto fa bene, del miele scaldato sul pane spaventato, che trema quel tanto che basta per far colare il nettare apesco giù nei buchetti della mollica; che delizia il buon miele e che puzzo mio zio Rodolfo.
Quando visse per tre settimane con noi, mi toccava alzarmi alle 5 per riuscire ad usare il bagno prima di lui. Sgattaiolavo fuori dal letto e mi sedevo sulla tazza, poi lì dormivo un altro paio d'ore; m'ero organizzato con un vassoietto per la colazione, un cuscino e un plaid dentro l'armadietto in bagno, una moka e un fornellino; bevevo un caffè e restavo lì fino al sopraggiungere dei primi stimoli defecatori, e se lo zio bussava prima, e lo faceva tutti i giorni, gridavo "occupato" con malcelata soddisfazione.
Quando si congedò, la vacanza era finita grazie a Dio, mi prese da parte con tono serio: "Caro ragazzo, dovresti fare qualcosa per il tuo problema... dovresti mangiare cose più genuine... è assurdo che tu passi in bagno tante ore la mattina... la stitichezza si può curare!"
Avrei voluto chiedergli se anche la puzzosità si poteva curare, ma non feci in tempo e non potrò più. Mio zio giace, pianto da tutti, al cimitero del Verano in uno spiazzo, casualmente lontano dalle altre tombe. E' una esigenza logistica e temporanea, le tombe intorno sono prenotate e il vuoto sarà colmato un giorno, ma sembra proprio che, anche al camposanto, nessuno riesca a stargli vicino. Non è che scatafionda anche da morto e se la ride di gusto?
Porca puttana! E' finito il miele. Potrei optare per della mostarda di Copenhagen, o del trito di cipolline in salamoia (che non sarebbe male come nome per uno stabilimento balneare sul Mar Morto) o dell'ottimo fegato di bue muschiato fritto in olio di papavero e emulsionato in crema spalmabile, per poi sedermi comodo sul gabinetto, aprire le danze e ricordarmi di mio zio Rodolfo e scoppiare a ridere.